Se della pescicoltura e della sede di via Vicenza il grosso dei soci era ormai al corrente da tempo, l’ultima struttura realizzata, il potenziamento radicale e decisivo dell’incubatorio di San Colombano, per molti sara’ una sorpresa. L’area e’ quella dove nacque, dopo gli esperimenti nella ex bandita di Terragnolo, il primo incubatorio Apdv: la struttura nella quale si posero le basi, soprattutto culturali e di conoscenze tecniche, che hanno portato agli straordinari sviluppi degli ultimi 10 anni. Roberto Bettinazzi e Guido Bellini hanno pensato, seguito passo passo e realizzato piu’ di chiunque altro questo ultimo progetto. Tocca naturalmente a loro spiegarne le caratteristiche e le ragioni che hanno spinto a investire anche su questa seconda struttura.

Cominciamo dai perche’. “Perche’ e’ un pezzo della storia della Apdv, e della sua storia migliore. Ma anche perche’ era il tassello finale e decisivo di un progetto complessivo del quale gia’ iniziamo a raccogliere i frutti, ma che si rivelera’ decisivo gia’ nei prossimi anni per il futuro della nostra associazione. La possibilita’ di realizzare il progetto all’interno dei Patti territoriali delle Valli del Leno e’ stata la coincidenza migliore. Ma possiamo dire che ormai eravamo costretti a farlo”.

Che significa “costretti”? “Noi abbiamo, ormai a regime, un impianto ittiogenico in grado di produrre tre milioni di uova all’anno. Un patrimonio incredibile: piu’ che sufficienti per ripopolare l’Adige e i torrenti con materiale autoprodotto, con le garanzie della migliore qualita’ genetica, rusticita’ e ambientamento nelle nostre acque.Ma quei tre milioni di uova da soli non bastano: serviva una struttura dove accoglierle, embrionarle con la massima efficienza e portare un numero rilevante di avannotti alla taglia ideale per la semina nei diversi ambienti ai quali sono destinati”.

Questo si poteva fare in via Vicenza? “Non in proporzioni paragonabili alla capacita’ della pescicoltura. La seconda struttura. in San Colombano, era indispensabile per gli spazi ma anche per le caratteristiche che ha. Come la disponibilita’ di acqua di sorgente, costante, tutto l’anno, della massima purezza. Esattamente, cosa succede alle uova dopo la spremitura dei riproduttori in pescicoltura? “Devono essere embrionate. E per queste quantita’ l’unico modo razionale per farlo e’ disporre di un numero sufficiente di enibrionatori verticali. In questi contenitori l’uovo fecondato compie la sua prima fase di sviluppo. Dopo la quale viene deposto sui telai “California”. per completare la maturazione fino alla schiusa dell’avannotto. Che passa poi in una serie di vasche. con caratteristiche e dimensioni diverse, per l’accrescimento. Tutto questo in San Colombano era gia’ presente nella struttura realizzata alcuni anni fa, ma è stato ora potenziato e razionalizzato in modo radicale. La capacita’ dell’incubatorio attuale e’ proporzionata a quella della pescicoltura, ed assolutamente straordinaria. Possiamo embrionare tutti i 3 milioni di uova prodotte, svezzare la gran parte delle uova embrionale e portare fino alla taglia di rotella, da 6 a 9 centimetri, fino a 250.000 pezzi a stagione. Sono solo numeri, ma una visita dei soci in San Colombano, magari in occasione dell’inaugurazione, a primavera 2008, fara’ capire a tutti gia’ a colpo d’occhio che cosa significa. “La struttura in legno gia’ esistente, da quest’anno sara’ destinata principalmente all’embrionatura: ospita all’interno la batteria di embrionatori verticali. Ospita anche quattro batterie di telai California (nella veranda) e I 5 vaschette di svezzamento. A Nord del laghetto, una seconda struttura in legno lunga venti metri ospita altri 8 telai California e 22 vaschette di accrescimento. Nelle vaschette gli avannotti, appena assorbito il sacco vitellino, vengono gradualmente abituati al mangime alimentandoli in partenza con artemia salma, e poi graduaimente mescolando a questo ci-bo vivo mangimi speciali. Nella stessa struttura trova spazio anche un magazzino”.

Dopo lo svezzamento? “Ci sono le vasche di accrescimento di grandi dimensioni. Altre due tettoie, una con i 10 vasche circolari da due metri di diametro ed una con sette va-sche rettangolari lunghe circa tre metri: queste ultime si sono rivelate piu’ indicate per l’accrescimento della trota fario rispetto alle circolari, al contrario mi-gliori per le marmorate. Quest’ultima tettoia, assieme alle rettangolari , ospita anche altre due vasche circolari da 2 metri e mezzo di diametro: le piu’ grandi presenti nell’impianto”. Resta il laghetto: almeno dalle fotografie la parte piu’ coreografica dell’insieme. “In realta’ di tratta di una grande vasca naturale, dalle dimensioni di circa 12 metri per 6, che e’ destinata ad ospitare materiale selvatico indenne utilizzato per il rinsanguamento. Tutto alimentato dalla sorgente che si utilizza ormai da qualche anno? “Tutta l’acqua viene da li. E la portata e’ piu’ che sufficiente in qualsiasi periodo dell’anno. Garantendoci da rischi di intorbimento, variazioni di temperatura o alterazioni di qualsiasi genere che pur se modeste su uova e novella-me potrebbero avere effetti negativi”.

L’indennita’ dei nostri impianti. Con pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, e’ stata riconosciuta l’indennita’ da Vhs e Ihn del Leno dalle sorgenti alla cascata di Santa Maria e dei due impianti ittiogenici di via Vicenza e di San Colombano. Per capire la portata della notizia, occorre un passo indietro. Fino a quella normativa che alcuni anni fa ha sconvolto il sistema dei ripopolamenti imponendo il certificato di indennita’ dalle due malattie che hanno falcidiato i salmonidi in mezza Europa per poter fornire materiale da riproduzione destinato alle acque libere. Basta la rilevazione di un caso di Vhs o Ihn per compromettere l’intero bacino idrografico pertinente. E impedire la produzione di salmonidi destinati al ripopolamento in quell’area. Con la certificazione di indennita’ , e’ possibile catturare sul Leno riproduttori selvatici da usare per il rinsanguamento nei due impianti ittiogenici. E il materiale prodotto in pescicoltura e nell’incubatorio può essere seminato in qualsiasi acqua libera. Un riconoscimento anche formale della assoluta qualita’ dei pesci che l’Apdv e’ in grado di produrre, e un passaggio burocratico indispensabile per il loro utilizzo senza limiti del ripopolamento di tutte le nostre acque.